Quel sorriso
Forse, quando si è giovani, alla malattia e alla morte si pensa in modo diverso. Sembrano cose lontane, quasi appartenenti a un’altra età della vita. Quando qualche giorno fa ho saputo che una ragazza che avevo conosciuto molti anni fa era morta improvvisamente, prima ancora di compiere quarant’anni, la prima immagine che mi è tornata alla mente è stata il suo sorriso.
Era una ragazza solare, di quelle persone che entrano in una stanza e sembrano portarsi dietro un po’ di luce. Aveva un sorriso bellissimo, spontaneo, aperto, che probabilmente le era stato utile anche nel lavoro: da giovane aveva fatto l’animatrice per bambini e, successivamente, era diventata assistente sociale. Un mestiere che, ripensandoci oggi, sembrava fatto apposta per lei.
La conobbi quando venne nel mio studio per comprare la sua prima casa, nella zona di Novara. Era ancora molto giovane e, come spesso accade in queste occasioni, quel piccolo appartamento rappresentava molto più di un semplice acquisto: era un primo passo verso l’indipendenza, un progetto di vita, un luogo finalmente suo.
Con lei c’era suo padre. Era figlia unica e lui era, comprensibilmente, molto affezionato e protettivo. Durante la stipula si parlava del nuovo appartamento, di come lo avrebbe sistemato, di quando sarebbe andata ad abitarci. L’atmosfera era serena e lei, come sempre, sorrideva.
A un certo punto mi venne voglia di fare uno scherzo. Con l’aria più seria possibile mi rivolsi al padre e gli lasciai intendere che, naturalmente, quella casa sarebbe servita anche perché sua figlia stava per andare a vivere con un ragazzo straniero, che lui non conosceva ancora e che, se ben ricordo, presentai quasi come un futuro genero ormai prossimo.
Il padre cambiò espressione. Per due o tre minuti rimase letteralmente inorridito. Mi guardava cercando di capire come fosse possibile che io sapessi una cosa del genere e, soprattutto, come fosse possibile che lui, padre attentissimo e protettivo, ne fosse completamente all’oscuro.
Lei, invece, mi fulminò con lo sguardo. Per un istante pensai di avere forse esagerato. Poi non riuscì più a trattenersi e scoppiò a ridere. A quel punto capì anche il padre. Prima mi guardò con aria quasi di rimprovero, poi sorrise anche lui e alla fine ci mettemmo a ridere tutti insieme.
È uno di quegli episodi minuscoli che, al momento, sembrano destinati a scomparire subito. Un rogito, una battuta, una famiglia che torna a casa con le chiavi di un appartamento nuovo. Niente di straordinario. Eppure, a distanza di tanti anni, quel ricordo è rimasto.
Non ricordo quasi nulla dell’atto. Non ricordo il prezzo, i dati catastali, le clausole, né come fosse fatto esattamente quell’appartamento. Ricordo invece perfettamente lei. Ricordo il modo in cui mi guardò quando capì lo scherzo. E soprattutto ricordo quel sorriso.
Poi la vita ci porta altrove. Le persone che incontriamo per lavoro entrano nel nostro studio, per qualche ora condividono con noi un momento importante e poi proseguono per la loro strada. Qualche volta non le rivediamo più. Ma questo non significa che siano davvero scomparse dalla nostra memoria.
Quando ho saputo della sua morte, così improvvisa e così ingiustamente precoce, sono rimasto profondamente colpito. Ho pensato ai suoi genitori, a quel padre che tanti anni prima avevo preso bonariamente in giro proprio per quanto era legato a lei, e a quanto possa essere terribile per un genitore sopravvivere a una figlia.
E ancora una volta mi sono accorto di quanto sia strano questo mestiere. Pensiamo di ricordare gli atti, e invece ricordiamo le persone. Pensiamo di conservare nella memoria case, società, testamenti e contratti, e invece, dopo tanti anni, ciò che resta è spesso un gesto, una frase, uno sguardo.
O un sorriso.
Il suo, certamente, non l’ho dimenticato.