Il corridoio del silenzio
Nel corso della mia professione entro molto spesso nelle case di riposo. La popolazione invecchia sempre di più e, con il passare degli anni, capita sempre più frequentemente di essere chiamato per assistere persone anziane che non sono più in grado di raggiungere lo studio notarile.
Nella maggior parte dei casi vengo incaricato di ricevere una procura, per consentire ai familiari di gestire con maggiore facilità gli aspetti pratici della vita quotidiana. Altre volte, invece, vengo chiamato per ricevere un testamento pubblico.
Sono atti delicati. Richiedono tempo, ascolto e, soprattutto, il rispetto della dignità della persona che si ha davanti.
In tanti anni ho visitato decine di case di riposo. Ho imparato a conoscere quell'ambiente. Normalmente i corridoi sono animati. Si incontrano ospiti seduti nelle sale comuni, familiari in visita, operatori sanitari, infermieri, volontari. Qualcuno ti saluta. Qualcun altro scambia due parole. È un luogo nel quale, nonostante le fragilità, continua a esserci vita.
Un giorno, però, vissi un'esperienza che non dimenticherò mai.
La direttrice della struttura mi accompagnò verso la stanza della persona che dovevo incontrare. A un certo punto imboccammo un corridoio diverso dagli altri. Mi colpì immediatamente il silenzio.
Le luci erano soffuse. Tutte le porte erano chiuse. Non si sentiva alcuna voce. Non c'erano ospiti nei corridoi. Non c'erano parenti. Non c'erano sale comuni. Non c'era assolutamente nulla.
Procedevamo in quel silenzio quasi irreale. Più avanzavo, più cresceva dentro di me una sensazione difficile da descrivere. A un certo punto, non riuscendo a comprendere ciò che stavo vedendo, chiesi spiegazioni alla direttrice.
La sua risposta mi colpì profondamente.
«Questo è il reparto dedicato alle persone in coma.»
Per qualche istante rimasi senza parole. Dietro ognuna di quelle porte c'era una persona che, da mesi o da anni, viveva sospesa in un confine difficile perfino da immaginare. Persone mantenute in vita grazie all'assistenza continua, affidate ogni giorno alle cure di medici, infermieri e operatori.
Ripresi a camminare. Quel corridoio sembrava ancora più silenzioso. Non era un silenzio vuoto. Era un silenzio pieno di vite, di storie, di famiglie che continuavano ad aspettare, a sperare, a restare accanto ai propri cari anche quando non era più possibile ricevere uno sguardo o una parola.
Arrivai alla stanza della persona che mi attendeva con uno stato d'animo completamente diverso da quello con cui ero entrato nella struttura. L'atto che dovevo ricevere passò quasi in secondo piano. Fu quel corridoio a rimanermi impresso.
Ancora oggi, ogni volta che entro in una casa di riposo, mi torna alla mente quel luogo. Mi ricorda quanto sia fragile la condizione umana. E mi ricorda anche quanto siano preziose tutte quelle persone che, lontano dai riflettori, dedicano ogni giorno la propria vita ad assistere chi non può più chiedere nulla, non può più parlare e, forse, non può nemmeno più ringraziare.
È una delle immagini più intense che porto con me dopo tanti anni di professione. Un'immagine che non parla di diritto. Parla semplicemente della vita. E del rispetto che ogni vita merita, anche quando il silenzio sembra aver preso il posto di ogni parola.