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Una vita da notaio

Non mi lasciare solo

Non mi lasciare solo

Qualche giorno fa, ascoltando distrattamente il telegiornale, una notizia mi ha improvvisamente riportato indietro di più di trent’anni.

Si parlava di un terribile fatto di sangue avvenuto in una città del Nord Italia. Una tragedia familiare conclusa con il suicidio dell’autore. Tra i particolari riferiti dal giornalista ce n’era uno apparentemente marginale, quasi incomprensibile nella enormità di ciò che era accaduto: prima di togliersi la vita, quell’uomo aveva ucciso anche il proprio cane.

È bastato questo.

Ho avuto quello che si potrebbe chiamare un flash. Un ricordo lontanissimo, ormai quasi completamente sepolto, è tornato alla mente con una precisione sorprendente.

All’epoca lavoravo ancora nel Biellese. Si trattava di una successione piuttosto complessa, nella quale erano coinvolti un notaio di Casale Monferrato, che oggi non c’è più, ed io. Alcuni degli eredi si trovavano nel Monferrato, mentre l’erede principale era un mio cliente del Biellese.

Non indicherò il paese né i nomi delle persone. Sono trascorsi molti anni e ormai quasi tutti i protagonisti di quella vicenda sono scomparsi.

Il defunto era un importante agricoltore di uno dei paesi delle colline monferrine conosciuti per la produzione vinicola. Possedeva molti terreni e un patrimonio considerevole. Era uno dei principali coltivatori della zona.

Era ormai anziano.

Non aveva figli e non vi era nessuno che avrebbe realmente continuato la sua azienda, il lavoro di una vita, quelle vigne e quelle terre alle quali era profondamente legato.

Un giorno decise di togliersi la vita.

Si sparò con il proprio fucile da caccia.

Ma prima sparò al suo cane.

Era il suo cane da caccia, quello che lo accompagnava abitualmente nelle battute e, presumibilmente, in moltissime giornate della sua vita.

Naturalmente non posso sapere che cosa sia passato nella mente di quell’uomo in quelle ultime ore.
Nessuno può saperlo.

Eppure quel particolare mi colpì allora e mi è rimasto dentro per più di trent’anni.

Negli anni trascorsi successivamente nel Monferrato ho imparato a conoscere molto bene il rapporto che può esistere, in queste campagne, tra un uomo e il proprio cane.

Può essere un cane da caccia oppure un cane da tartufi. Cambia poco.

Per il cacciatore un bravo cane è un compagno inseparabile. Per il tartufaio può essere qualcosa di ancora più prezioso: anni trascorsi insieme, una conoscenza reciproca fatta di gesti, richiami, silenzi. L’uomo osserva il cane e il cane comprende l’uomo. Camminano insieme nei boschi e nelle campagne per giornate intere.

Non è semplicemente un animale che vive nella stessa casa.

È un compagno di vita.

E così, quando ripenso a quell’anziano agricoltore, non riesco a evitare di immaginarlo davanti alla decisione terribile che aveva preso.

Forse pensò alla sua azienda, che nessuno avrebbe continuato. Alle sue terre. Alla sua casa. A tutto ciò che aveva costruito e che sarebbe passato ad altri.

E forse pensò anche al cane.

Non so se esitò. Non so se quella presenza gli rese ancora più difficile ciò che stava per fare.

Posso soltanto immaginare che, nella mente sconvolta di un uomo arrivato a una decisione estrema, si sia fatta strada un’altra angoscia: quella di lasciare solo proprio lui.

Il cane che ogni giorno lo aveva aspettato.

Il cane che lo aveva seguito nei campi e nei boschi.

Il cane che probabilmente, il giorno dopo, avrebbe continuato ad aspettarlo.

Forse quell’uomo immaginò che avrebbe sofferto, che avrebbe cercato il proprio padrone, che non avrebbe compreso perché non tornasse più.

E nella logica tragica e certamente alterata di quei momenti può darsi che abbia creduto di trovare una soluzione anche a questo.

Portarlo con sé.

Non vi è nulla di razionale in un gesto del genere e sarebbe sbagliato cercare di giustificarlo. Ma dietro alcuni comportamenti umani estremi rimane talvolta qualcosa che, pur senza poter essere spiegato, continua a interrogarci.

A me è rimasto quel cane.

Curiosamente, quella successione ebbe poi anche una conseguenza completamente diversa e personale.

Fu infatti proprio attraverso quella pratica, i rapporti professionali che ne nacquero e una serie di circostanze successive che, indirettamente, iniziò il percorso che mi avrebbe portato a lasciare il Biellese e a trasferirmi a Casale Monferrato.

Allora naturalmente non potevo saperlo.

Stavo semplicemente seguendo una successione.

Più di trent’anni dopo, ascoltando una notizia al telegiornale, è bastata una frase per riportarmi davanti quell’uomo, quelle colline e soprattutto quel cane.

Forse perché nella memoria professionale rimangono gli atti, le persone, i patrimoni, le famiglie.

Ma qualche volta rimane soprattutto un particolare.

E quel particolare, dopo tanti anni, continua a raccontare una storia.

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